Per capirne un po' di più vi rimando a questo sito in cui trovate molti video di partite, in tutte le salse:
A livello mondiale, Europeo, Nazionale ecc...
YOU TCHOUK tutti i video che non avete mai visto!
PUNTO REGALATO, BLOG Il blog che parla di thcoukball con interviste e commenti
13 febbraio 2014
Tchoukball...mani,piedi, e testa!
Il tchoukball è uno sport SENZA CONTATTO FISICO....che noia direte voi!
Invece no, proprio per questo, perchè venga fuori un bel gioco, bisogna essere rapidi nei movimenti e scaltri nella tattica, azione dopo azione...
Invece no, proprio per questo, perchè venga fuori un bel gioco, bisogna essere rapidi nei movimenti e scaltri nella tattica, azione dopo azione...
Tchoukball, con cosa si gioca?
Cosa occorre:
Un campo grandezza campo da basket
Una palla da tchoukball (assomiglia a quella da pallamano)
Un PANNELLO
Un PANNELLO
Materiale per circoscrivere l'area attorno al pannello
14 giocatori --> 7 e 7 (o 5 e 5 in campo ristretto)
14 giocatori --> 7 e 7 (o 5 e 5 in campo ristretto)
Ah, "Ciuccboll"...non è uno sport come gli altri?
Tchoukball che?!
"Ciucc", "tcku", "ciak"...se ne sentono di tutti i colori!
"Ciucboll" è la pronuncia, e ancora pochi sanno che cos'è!
Inizia una carrellata di immagini per incuriosirvi a provare questo sport...sì, è uno sport!
"Ciucboll" è la pronuncia, e ancora pochi sanno che cos'è!
Inizia una carrellata di immagini per incuriosirvi a provare questo sport...sì, è uno sport!
![]() |
| Fondamento #1 : è uno sport di SQUADRA, in cui maschi e femmine giocano assieme, tranne nelle selezioni Nazionali!!! |
6 febbraio 2014
20 gennaio 2014
ULTREYA Y SUSEYA
"Polvere, fango, sole e pioggia
è il cammino di Santiago
Migliaia di pellegrini
e più di mille anni
Migliaia di pellegrini
e più di mille anni
Pellegrino chi ti chiama?
Quale forza misteriosa ti attrae?
Né il campo delle stelle
né le grandi cattedrali
non è la fierezza navarra
né il vino della rioja
nè i fratti di mare galiziani
nè i campi della castiglia
Pellegrino chi ti chiama?
Quale forza misteriosa ti attrae?
Nè le genti del cammino
nè le usanze rurali
non è la storia nè la cultura
nè il gallo della Calzada
nè il palazzo di Gaudì
nè il castello di Ponferrada
Vedo tutto questo passando
ed è un piacere vederlo.
Ma la voce che mi chiama
la sento molto più dal profondo.
La forza che mi spinge
la forza che mi attrae
la forza che mi attrae
non so spiegarla nemmeno io
solo Lui lassù la conosce."
18 gennaio 2014
BUON ANNO!!!
Ciao carissimi e gentilissimi lettori di questo blog!
VI AUGURO UN FELICE 2014
Tenetevi in forma come potete, coltivate i vostri desideri finchè non si avvereranno
Non abbandonate lo sport che crea armonia dentro di sé e tra le altre persone!
"NON SERVONO CORDE, QUANDO GLI UOMINI SI LEGANO DA SOLI"
Una foto significativa per me e che
funge da anteprima per il prossimo post!
CIAO :-)
CIAO :-)
7 gennaio 2014
Ancora montagna!
Ciao a tutti!Come promesso ecco l'articolo in cui una dottoressa approfondisce alcuni aspetti sulla montagnaterapia!
"A seguito dell’articolo “Andate in montagna che vi fa bene”, pubblicato sulla rivista del Club Alpino Italiano Montagne360 del mese di Novembre 2013, ho pensato di esporre per avallare la tesi dell’articolo, l’esperienza da noi portata avanti da due anni. Esperienza fatta in collaborazione fra il CAI di Seregno e l’Asvap 6.
L’Asvap 6: (Associazione familiari e volontari di sostegno e informazione sul disagio psichico), collabora con tre soci del CAI di Seregno(GianPaolo, Luigi ed Erminio) organizzando, una volta al mese, uscite in montagna con utenti seguiti dai nostri servizi appartenenti all’Unità Operativa di Psichiatria n°8 (prov. di Como). Un gruppo di giovani utenti hanno risposto ed aderito a tale esperienza. Ogni mese, infatti, abbiamo dai 10 ai 13 utenti.
Alcuni di loro sono risultati dei buoni camminatori, altri manifestano maggior difficoltà. L’esperienza si è da subito dimostrata molto positiva, oserei dire, per usare il termine dell’articolo,”terapeutico” per gli aderenti.
La montagna stimola svariate emozioni. Richiede impegno, un minimo di elasticità mentale e fisica, l’accettazione di un proprio potenziale, non conosciuto o mai vissuto, e per ultimo, non per ordine d’importanza, l’accettazione dei propri limiti.
Abbiamo riscontrato tre punti su cui vorrei soffermarmi un attimo:
1-potenziale fisico;
2-potenziale psichico;
3-limiti;
1- La montagna è la nella sua bellezza e difficoltà, attira e spaventa. Sprona noi tutti a non demordere, a raggiungere la vetta, l’obiettivo prefissato. Ognuno di noi accoglie ed accetta la sfida, o meglio si gioca “soggettivamente”. In questo gioco si è soli, ognuno deve, dovrà fare i conti con la resistenza fisica, psichica ed i propri limiti.
Sentimenti contrastanti si alternano e ci solleticano; come gestirli?
2- La fatica fisica è normalmente accompagnata da una fatica psichica, in particolar modo per coloro che già vivono, quotidianamente, tale difficoltà. Riuscirò? Sono all’altezza dello stimolo? Non ho mai, simbolicamente, raggiunto una vetta, come potrò farcela questa volta? Gli altri sono più bravi, guardali come camminano….Cosa diranno di me? Sono una schiappa…..ecc, ecc,
3- Ecco che il limite affiora: stanchezza, fatica ad andare avanti, respiro affannoso, male alle gambe, demoralizzazione, o peggio ancora, una lieve deflessione depressiva. Il gruppo è avanti ed io faccio fatica. “Spesso” abbiamo a che fare e dobbiamo fare i conti con queste difficoltà.
Il limite ci accompagna, non molla. Ci stimola ad affrontarlo ed in particolar modo ad accettarlo. Il limite diventa un alleato per avvicinarsi agli altri, a chiedere aiuto, ad instaurare un rapporto di reciproca attenzione: fisico nel portare lo zaino, nel condividere dell’acqua, del cioccolato, o altro… Psichico nella parola di conforto, nell’essere spronato, stimolato e/o valorizzato nella sfida individuale e con se stessi.
Ecco che i tre elementi diventano essenziali, dicevamo terapeutici. Questi aprono le porte all’altro, a se stessi. Ci si gioca solo se c’è l’altro, non si gioca soli. Ci si valorizza solo nella gioia di aver superato, seppur con molta fatica, una difficoltà.La montagna e l’avvicinamento, la condivisione con l’altro. Al rifugio o in cima la propria gioia, la soddisfazione personale viene inglobata e condivisa dal gruppo. Il riconoscimento diviene reciproco e si potenzia. In vetta si può toccare, seppur per un attimo, la felicità."
(Dott. Giusy Valaderio)
20 dicembre 2013
Montagna-terapia
Ciao a tutti,
dopo qualche esperienza vissuta su campi da gioco, qui ci spostiamo nella natura incontaminata, ci mettiamo gli scarponi, lo zaino sulle spalle, e ci prepariamo a salire e a scoprire le bellezze e le difficoltà della montagna!
Io ho iniziato ad andare in montagna quando avevo 10 anni, con i miei genitori ed altri amici.
Per me stava diventando una filosofia di vita!
È da qualche anno che le mie estati le passo tra altre vette, con uscite fuoriporta, ma mi è rimasta la passione per il cammino in salita!
Ho aperto la rivista del CAI "Montagne360" e ho letto un articolo: ANDATE IN MONTAGNA CHE VI FA BENE, la montagna-terapia può essere di grande aiuto nei casi del disagio psichico.
Mi sono subito interessata, primo perchè credo che faccia bene a tutti, secondo perchè ultimamente ho avuto l'opportunità di conoscere diverse persone che hanno un disagio psichico, ho fatto volontariato e lavorato con loro. Mi sono immaginata come sarebbe andare in montagna con loro!
Nell'articolo che ho menzionato poco fa, che tira le fila di un convegno svoltosi in Sardegna proprio su questa tematica, si legge come la montagna-terapia rappresenti un campo di applicazione capace di far nascere trasformazioni significative e di favorire nuove identità sul piano psichico, corporeo e relazionale, con un nuovo modo di percepire se stessi e gli altri.
È stato sperimentato come le montagne, insieme al gruppo, offrono nuove prospettive che possono modificare i vissuti soggettivi e le modalità di entrare in contatto con l'ambiente circostante, non solo fisico, ma anche sociale. La montagna come elemento che mette alla prova, insieme allo stare con gli altri, in un gruppo "solido e solidale", sono strumenti che favoriscono la costruzione del senso di fiducia dell'altro. La difficoltà a raggiungere le cime stimola la persona a impegnarsi e a liberarsi da alcuni condizionamenti e limiti. L'esperienza del gruppo, della fatica e del piacere associato alla montagna stimola nuove espressioni di sé e costituisce una sorta di palestra di "resilienza": mentre aumento la mia capacitá di tollerare lo sforzo e le paure della salita, migliora anche la capacità di gestire la sofferenza e i dolori psichici.
Mi sembra che ognuno che abbia fatto esperienza di una bella escursione in montagna, tra ripidi sentieri, si possa ritrovare in questa ricerca di equilibrio tra corpo-mente e ambiente esterno.
Nel prossimo post parleremo più nello specifico di quegli elementi che vengono toccati a livello psicologico-emotivo durante una ascesa!
Zaino in spalla e buon cammino a tutti!
Giovanna
dopo qualche esperienza vissuta su campi da gioco, qui ci spostiamo nella natura incontaminata, ci mettiamo gli scarponi, lo zaino sulle spalle, e ci prepariamo a salire e a scoprire le bellezze e le difficoltà della montagna!
Io ho iniziato ad andare in montagna quando avevo 10 anni, con i miei genitori ed altri amici.
Per me stava diventando una filosofia di vita!
È da qualche anno che le mie estati le passo tra altre vette, con uscite fuoriporta, ma mi è rimasta la passione per il cammino in salita!
Ho aperto la rivista del CAI "Montagne360" e ho letto un articolo: ANDATE IN MONTAGNA CHE VI FA BENE, la montagna-terapia può essere di grande aiuto nei casi del disagio psichico.
Mi sono subito interessata, primo perchè credo che faccia bene a tutti, secondo perchè ultimamente ho avuto l'opportunità di conoscere diverse persone che hanno un disagio psichico, ho fatto volontariato e lavorato con loro. Mi sono immaginata come sarebbe andare in montagna con loro!
Nell'articolo che ho menzionato poco fa, che tira le fila di un convegno svoltosi in Sardegna proprio su questa tematica, si legge come la montagna-terapia rappresenti un campo di applicazione capace di far nascere trasformazioni significative e di favorire nuove identità sul piano psichico, corporeo e relazionale, con un nuovo modo di percepire se stessi e gli altri.
È stato sperimentato come le montagne, insieme al gruppo, offrono nuove prospettive che possono modificare i vissuti soggettivi e le modalità di entrare in contatto con l'ambiente circostante, non solo fisico, ma anche sociale. La montagna come elemento che mette alla prova, insieme allo stare con gli altri, in un gruppo "solido e solidale", sono strumenti che favoriscono la costruzione del senso di fiducia dell'altro. La difficoltà a raggiungere le cime stimola la persona a impegnarsi e a liberarsi da alcuni condizionamenti e limiti. L'esperienza del gruppo, della fatica e del piacere associato alla montagna stimola nuove espressioni di sé e costituisce una sorta di palestra di "resilienza": mentre aumento la mia capacitá di tollerare lo sforzo e le paure della salita, migliora anche la capacità di gestire la sofferenza e i dolori psichici.
Mi sembra che ognuno che abbia fatto esperienza di una bella escursione in montagna, tra ripidi sentieri, si possa ritrovare in questa ricerca di equilibrio tra corpo-mente e ambiente esterno.
Nel prossimo post parleremo più nello specifico di quegli elementi che vengono toccati a livello psicologico-emotivo durante una ascesa!
Zaino in spalla e buon cammino a tutti!
Giovanna
16 dicembre 2013
BASKIN: BASKET INTEGRATO
Ciao!
Eccoci ancora qui per parlare di basket, o meglio, di basket integrato!
La sigla è BASKIN e ne ho potuto fare esperienza qualche anno fa con la mia vecchia squadra di basket che ha collaborato ad un progetto di solidarietá con la scuola media di Vigarano Mainarda (FE).
Ho potuto giocare una partita e raccogliere le esperienze di ragazzi con o senza disabilitá.
Personalmente non ne conosco la storia e l'intero regolamento, quindi ho dovuto cercare in rete, e questo mi sembra l'articolo piú appropriato, preso dal sito www.superando.it; a fine post trovate anche un video!
Si ispira al basket, ma è una nuova attività sportiva a tutti gli effetti il baskin(abbreviazione di basket integrato), con le sue caratteristiche particolari e innovative. Si tratta in sostanza di una disciplina nata da alcuni anni a Cremona - in un contesto scolastico e dalla collaborazione di genitori, professori di educazione fisica e di sostegno – per permettere a giovani normodotati e a giovani con qualsiasi tipo di disabilità fisica e/o mentale (che consenta il tiro in un canestro) di giocare nella stessa squadra, composta sia da ragazzi che da ragazze. L’obiettivo principale è quello di mettere in discussione la “rigida struttura” degli sport ufficiali, diventando un vero e proprio “laboratorio di società”.
Eccoci ancora qui per parlare di basket, o meglio, di basket integrato!
La sigla è BASKIN e ne ho potuto fare esperienza qualche anno fa con la mia vecchia squadra di basket che ha collaborato ad un progetto di solidarietá con la scuola media di Vigarano Mainarda (FE).
Ho potuto giocare una partita e raccogliere le esperienze di ragazzi con o senza disabilitá.
Personalmente non ne conosco la storia e l'intero regolamento, quindi ho dovuto cercare in rete, e questo mi sembra l'articolo piú appropriato, preso dal sito www.superando.it; a fine post trovate anche un video!
Si ispira al basket, ma è una nuova attività sportiva a tutti gli effetti il baskin(abbreviazione di basket integrato), con le sue caratteristiche particolari e innovative. Si tratta in sostanza di una disciplina nata da alcuni anni a Cremona - in un contesto scolastico e dalla collaborazione di genitori, professori di educazione fisica e di sostegno – per permettere a giovani normodotati e a giovani con qualsiasi tipo di disabilità fisica e/o mentale (che consenta il tiro in un canestro) di giocare nella stessa squadra, composta sia da ragazzi che da ragazze. L’obiettivo principale è quello di mettere in discussione la “rigida struttura” degli sport ufficiali, diventando un vero e proprio “laboratorio di società”.
Dieci sono le semplici regole del baskin, volte a valorizzare il contributo di ogni ragazzo o ragazza all’interno di una squadra: infatti il successo comune dipende realmente da tutti. Tale adattamento – che personalizza la responsabilità di ogni giocatore durante la partita – permette di superare positivamente la tendenza spontanea a un atteggiamento “assistenziale” a volte presente nelle proposte di attività fisiche per persone con disabilità.
In sintesi il regolamento adatta: 1) il materiale (uso di più canestri: due normali e due laterali più bassi; possibilità di sostituzione della palla normale con una di dimensione e peso diversi); 2) lo spazio (zone protette previste per garantire il tiro nei canestri laterali); 3) le regole (ogni giocatore ha un ruolo definito dalle sue competenze motorie e ha di conseguenza un avversario diretto dello stesso livello. Questi ruoli sono numerati da 1 a 5 e hanno regole proprie); 4) le consegne (possibile assegnazione di un tutor, ovvero di un giocatore della squadra che può accompagnare più o meno direttamente le azioni di un compagno con disabilità).
«Anche i ragazzi normodotati – spiega Laura Carini della Segreteria dell’AssociazioneBaskin ONLUS, che dal 2006 costituisce il riferimento di tale attività - beneficiano di questo percorso. Infatti nel baskin essi imparano ad inserirsi e a organizzare un gruppo che conta al suo interno gradi di abilità differenti. Essi devono così sviluppare nuove capacità di comunicazione, mettendo in gioco la propria creatività e instaurando relazioni affettive anche molto intense. Inoltre la condivisione degli obiettivi sportivi con i ragazzi disabili permette loro di apprezzare le ricchezze e le capacità che la diversità porta con sé. Riguardo a questi ultimi, dopo sei anni di attività possiamo dire che i risultati raggiunti sono considerevoli: è aumentata infatti la fiducia in se stessi, la capacità di coniugare il sacrificio al piacere, sono cresciute le abilità psicomotorie e quelle di interazione con i ragazzi e con gli adulti».
In sintesi il regolamento adatta: 1) il materiale (uso di più canestri: due normali e due laterali più bassi; possibilità di sostituzione della palla normale con una di dimensione e peso diversi); 2) lo spazio (zone protette previste per garantire il tiro nei canestri laterali); 3) le regole (ogni giocatore ha un ruolo definito dalle sue competenze motorie e ha di conseguenza un avversario diretto dello stesso livello. Questi ruoli sono numerati da 1 a 5 e hanno regole proprie); 4) le consegne (possibile assegnazione di un tutor, ovvero di un giocatore della squadra che può accompagnare più o meno direttamente le azioni di un compagno con disabilità).
«Anche i ragazzi normodotati – spiega Laura Carini della Segreteria dell’AssociazioneBaskin ONLUS, che dal 2006 costituisce il riferimento di tale attività - beneficiano di questo percorso. Infatti nel baskin essi imparano ad inserirsi e a organizzare un gruppo che conta al suo interno gradi di abilità differenti. Essi devono così sviluppare nuove capacità di comunicazione, mettendo in gioco la propria creatività e instaurando relazioni affettive anche molto intense. Inoltre la condivisione degli obiettivi sportivi con i ragazzi disabili permette loro di apprezzare le ricchezze e le capacità che la diversità porta con sé. Riguardo a questi ultimi, dopo sei anni di attività possiamo dire che i risultati raggiunti sono considerevoli: è aumentata infatti la fiducia in se stessi, la capacità di coniugare il sacrificio al piacere, sono cresciute le abilità psicomotorie e quelle di interazione con i ragazzi e con gli adulti».
Vi lascio anche il link di un video di presentazione del baskin, fatto molto bene!
Buona visione
http://www.youtube.com/watch?v=VhZs7Y0LSv4
Buona visione
http://www.youtube.com/watch?v=VhZs7Y0LSv4
alla prossima
Giovanna
Giovanna
8 dicembre 2013
Mettersi in gioco...con chi?
Ciao a tutti!
Oggi vi racconto l'esperienza di G., un ragazzo con disturbo dello spettro autistico che gioca a pallacanestro insieme ad una squadra di coetanei, accompagnato da Valentina, una ragazza di 25 anni che lo segue da cinque anni.
Io: Ciao Valentina, come hai conosciuto G.?
V: Ho conosciuto G. proprio nel momento in cui mi hanno proposto di seguirlo nella sua attivitá sportiva; lui aveva 9 anni e io 20.
I: Come sono andati i primi allenamenti?
V: All'inizio è stato difficile, perchè dovevo conoscerlo, capire cosa sapeva o non sapeva fare; era anche molto difficile stargli vicino fisicamente in quanto lui aveva una grande energia e correva dappertuttto. Per me era anche la prima volta che mi rapportavo con una persona con disabilitá, ma ho voluto provare, dandoci il tempo di conoscerci a vicenda.
I: Ci avete messo molto a conoscervi e come si trova secondo te G nella squadra?
V: Diciamo che io caratterialmente vorrei conoscere una persona immediatamente, mentre G con il suo ritmo nel far crescere le cose, mi ha insegnato la pazienza dello stare vicino a una persona pur senza conoscela a pieno. Ora posso dire che, dopo cinque anni, abbiamo costruito una relazione molto bella, fatta non solo di condivisione dell'attivitá sportiva, ma soprattutto umana.
Per quanto riguarda la squadra, G ha un po' di difficoltá ad imparare i nomi e a rapportarsi con gli altri. In piú l'allenamento viene fatto con altri ragazzi delle medie, e per loro è difficile la richiesta di sensibilitá e accoglienza di una persona che ha ritmi e modi diversi dai loro. Qualcuno è piú sensibile, lo coinvolge e l'aiuta, altri fanno più fatica.
I: Per te G ne trae beneficio per il suo benessere generale? Per la sua vita?
V: Ma certo! Intanto in questi anni è migliorato tantissimo a livello sportivo, è diventato piú autonomo e non c'è bisogno di accompagnarlo sempre. È un beneficio anche per la sua vita, perchè è un'attivitá che lo fa stare bene, che lo fa crescere e gli fa tirare fuori molte capacitá altrimenti nascoste.
I: Quali risorse si possono trovare nello sport per le persone con disabilitá?
V: È affascinante che ragazzi con e senza disabilitá giochino insieme, in quanto fa crescere tutti dal punto di vista umano: l'aiuto, l'empatia che si crea tra i compagni di squadra dá una sicurezza a chi spesso vive esperienze di incomprensione e solitudine causate dalla sua "diversitá".
Credo che svolgere attivitá sportiva integrata sia una bella sfida! Alla fine, che tu sia disabile o no, comunque ti devi mettere in gioco!
Ringraziamo Valentina per la sua testimonianza
Mettiamoci sempre in gioco!
Alla prossima
Giovanna
Oggi vi racconto l'esperienza di G., un ragazzo con disturbo dello spettro autistico che gioca a pallacanestro insieme ad una squadra di coetanei, accompagnato da Valentina, una ragazza di 25 anni che lo segue da cinque anni.
Io: Ciao Valentina, come hai conosciuto G.?
V: Ho conosciuto G. proprio nel momento in cui mi hanno proposto di seguirlo nella sua attivitá sportiva; lui aveva 9 anni e io 20.
I: Come sono andati i primi allenamenti?
V: All'inizio è stato difficile, perchè dovevo conoscerlo, capire cosa sapeva o non sapeva fare; era anche molto difficile stargli vicino fisicamente in quanto lui aveva una grande energia e correva dappertuttto. Per me era anche la prima volta che mi rapportavo con una persona con disabilitá, ma ho voluto provare, dandoci il tempo di conoscerci a vicenda.
I: Ci avete messo molto a conoscervi e come si trova secondo te G nella squadra?
V: Diciamo che io caratterialmente vorrei conoscere una persona immediatamente, mentre G con il suo ritmo nel far crescere le cose, mi ha insegnato la pazienza dello stare vicino a una persona pur senza conoscela a pieno. Ora posso dire che, dopo cinque anni, abbiamo costruito una relazione molto bella, fatta non solo di condivisione dell'attivitá sportiva, ma soprattutto umana.
Per quanto riguarda la squadra, G ha un po' di difficoltá ad imparare i nomi e a rapportarsi con gli altri. In piú l'allenamento viene fatto con altri ragazzi delle medie, e per loro è difficile la richiesta di sensibilitá e accoglienza di una persona che ha ritmi e modi diversi dai loro. Qualcuno è piú sensibile, lo coinvolge e l'aiuta, altri fanno più fatica.
I: Per te G ne trae beneficio per il suo benessere generale? Per la sua vita?
V: Ma certo! Intanto in questi anni è migliorato tantissimo a livello sportivo, è diventato piú autonomo e non c'è bisogno di accompagnarlo sempre. È un beneficio anche per la sua vita, perchè è un'attivitá che lo fa stare bene, che lo fa crescere e gli fa tirare fuori molte capacitá altrimenti nascoste.
I: Quali risorse si possono trovare nello sport per le persone con disabilitá?
V: È affascinante che ragazzi con e senza disabilitá giochino insieme, in quanto fa crescere tutti dal punto di vista umano: l'aiuto, l'empatia che si crea tra i compagni di squadra dá una sicurezza a chi spesso vive esperienze di incomprensione e solitudine causate dalla sua "diversitá".
Credo che svolgere attivitá sportiva integrata sia una bella sfida! Alla fine, che tu sia disabile o no, comunque ti devi mettere in gioco!
Ringraziamo Valentina per la sua testimonianza
Mettiamoci sempre in gioco!
Alla prossima
Giovanna
Ripartire
Buona domenica a tutti!
Riprendo dopo tanto tempo la scrittura del blog, con nuove vedute e nuove esperienze!
Vi racconteró un po' di avventure vissute inerenti allo sport, con uno sguardo sempre rivolto alla dimensione sociale!
Chi conosce, per esempio, il tchoukball?
O chi sa il significato di BASKIN?
Avete mai sentito parlare di montagna-terapia?
Tutte queste novitá le potremo esplorare insieme nei prossimi post!
A presto
Giovanna
Riprendo dopo tanto tempo la scrittura del blog, con nuove vedute e nuove esperienze!
Vi racconteró un po' di avventure vissute inerenti allo sport, con uno sguardo sempre rivolto alla dimensione sociale!
Chi conosce, per esempio, il tchoukball?
O chi sa il significato di BASKIN?
Avete mai sentito parlare di montagna-terapia?
Tutte queste novitá le potremo esplorare insieme nei prossimi post!
A presto
Giovanna
28 maggio 2011
Bambini Infiniti
La prima esperienza che voglio riportare è l'Incontro che ho fatto 5 anni fa con una giornalista sportiva, Emanuela Audisio, la quale "segue da oltre vent'anni le imprese atletiche e la vita spesso sregolata di tutti i grandi campioni. Dalla sua posizione di osservatrice privilegiata ne racconta il lato umano, le debolezze, i trionfi e le sconfitte, la celebrità e l'impopolarità."
Personaggio a dir poco particolare, con un vissuto ricco di esperienze significative, ci ha presentato un suo libro veramente emozionante, "Bambini Infiniti", di cui riporterò "solo" l'introduzione che lascia trasparire il significato profondo della storia sportiva di numerosi campioni:
" E’ nei caldi pomeriggi d’estate quando tutto è immobile e tu batti e ribatti la palla contro il muro del garage. Quando non sei ancora grande e non sei più piccolo. Quando ti metti a palleggiare nel cortile, a correre in giardino, a scattare sul marciapiede. Avanti e indietro, con ossessione. Quando sei solo. Ma senti il fiato di un avversario invisibile. Quando il mondo dorme, stremato. E suda. Quando tu sei sveglio, pieno di frenesia. E non senti il sole che scotta. Quando scompare il garage, il cortile, il marciapiede. Quando i confini si deformano, si allargano, si travestono. E tu non sei più lì. Sei a Wimbledon, al Maracanà, al Tour, nell’Nba, al Madison Square Garden, nella finale olimpica più importante. E c’è la folla, che ti guarda. E dài, ancora un colpo, ancora uno sprint, ancora un tiro. E’ in quel momento magico, delirante, tirannico. Quando non sei mai stanco, quando pensi che non ti arrenderai ai draghi. Quando hai la lingua di fuori, ma non hai paura. Quando non sai che significa vincere, perdere, vuoi solo giocare, giocare, giocare. E’ lì che ti prende il sentimento confuso che nulla può finire, che sopravviverai alla terra. Quando alzi le braccia sul traguardo, che esiste solo per te. E’ in quel momento di puro sport, di prima piccola immortalità, di denso piacere.
Hai incontrato l’infinito.
Non c’è niente come lo sport che ti dica in tempo reale chi sei. Quanto vali. E ti sprema i sogni per farne uscire il succo. Anche e soprattutto quando non hai l’età. Lo sport consente quello che famiglia, scuola, società non permettono. Ti fa essere. Tu lo adoperi per uscire dalla fame, da una vita misera, da un ambiente che non ti piace, dalla timidezza, da un disagio fisico, psicologico, sociale. Perché vuoi di più, perché vuoi altro. Lo sport ti risponde, ti asseconda, ti aiuta. Ma tu cambi, cresci, pretendi. Il tuo infinito ora è pieno di cose. Lo puoi cavalcare con leggerezza, con qualche trucco, con divertita saggezza. O ci puoi naufragare, perché nulla ti basta più. Diventi rancoroso, famelico, bulimico. Esigi che lo sport nutra il tuo buco nero, quel senso di inadeguatezza che non se ne va, quella patina di noia che rende tutto senza senso. Vuoi tutto, mangi troppo. La tua digestione diventa difficile, il tuo talento obeso. Se ti va bene, vomiti. Se ti va male, scoppi. Lo sport non è più un mezzo per rivelare subito, ora, chi sei. Ma uno strumento che ti deve ricompensare delle mancanze, delle assenze, di quello che non hai avuto. Cominci a usarlo come arma retroattiva, non funziona. C’è un tempo per tutto e non è facendo male agli altri che ti vendichi di quello fatto a te.
Non c’è niente come lo sport che ti dica in tempo reale chi sei. Quanto vali. E ti sprema i sogni per farne uscire il succo. Anche e soprattutto quando non hai l’età. Lo sport consente quello che famiglia, scuola, società non permettono. Ti fa essere. Tu lo adoperi per uscire dalla fame, da una vita misera, da un ambiente che non ti piace, dalla timidezza, da un disagio fisico, psicologico, sociale. Perché vuoi di più, perché vuoi altro. Lo sport ti risponde, ti asseconda, ti aiuta. Ma tu cambi, cresci, pretendi. Il tuo infinito ora è pieno di cose. Lo puoi cavalcare con leggerezza, con qualche trucco, con divertita saggezza. O ci puoi naufragare, perché nulla ti basta più. Diventi rancoroso, famelico, bulimico. Esigi che lo sport nutra il tuo buco nero, quel senso di inadeguatezza che non se ne va, quella patina di noia che rende tutto senza senso. Vuoi tutto, mangi troppo. La tua digestione diventa difficile, il tuo talento obeso. Se ti va bene, vomiti. Se ti va male, scoppi. Lo sport non è più un mezzo per rivelare subito, ora, chi sei. Ma uno strumento che ti deve ricompensare delle mancanze, delle assenze, di quello che non hai avuto. Cominci a usarlo come arma retroattiva, non funziona. C’è un tempo per tutto e non è facendo male agli altri che ti vendichi di quello fatto a te.
Non diventi ricco comprando le cose dei ricchi.
Ho mangiato un gelato con Tyson, a casa sua a Las Vegas. I vicini si lamentavano delle tigri in giardino. Per gli interni l’arredatore aveva scelto di giocare sul bianco e nero. Il divano era bianco, il tappeto era nero, le sedie erano bianche, il tavolo nero. C’era un pianoforte a coda, perfetto per l’armonia dell’ambiente. Ma Tyson non ha mai saputo suonare. Sempre a Las Vegas ho visto il peso massimo Mike Dokes uscire dal ring, a torso nudo, tutto sudato, e buttarsi addosso una pelliccia di visone. A Buenos Aires ho visto Maradona giocare la sua ultima partita nello stadio del Boca, dire addio a 353 gol, solo 6 con il destro. Diego si trascinava sul campo come un pinguino. L’ho sentito urlare: “Io sono sporco, ma il calcio è pulito”. Piangeva, piangevamo tutti.
Ho mangiato un gelato con Tyson, a casa sua a Las Vegas. I vicini si lamentavano delle tigri in giardino. Per gli interni l’arredatore aveva scelto di giocare sul bianco e nero. Il divano era bianco, il tappeto era nero, le sedie erano bianche, il tavolo nero. C’era un pianoforte a coda, perfetto per l’armonia dell’ambiente. Ma Tyson non ha mai saputo suonare. Sempre a Las Vegas ho visto il peso massimo Mike Dokes uscire dal ring, a torso nudo, tutto sudato, e buttarsi addosso una pelliccia di visone. A Buenos Aires ho visto Maradona giocare la sua ultima partita nello stadio del Boca, dire addio a 353 gol, solo 6 con il destro. Diego si trascinava sul campo come un pinguino. L’ho sentito urlare: “Io sono sporco, ma il calcio è pulito”. Piangeva, piangevamo tutti.
Per la bugia, per la verità, per la residua innocenza che hanno solo i grandi peccatori.
A Roma nell’87 ho incontrato alle tre di notte Carl Lewis, camminava a piedi per Parioli continuando a scuotere la testa e a dire “non è possibile”. Era appena stato sconfitto sui 100 metri da Ben Johnson. A Seul nell’88 ho visto lo stesso Johnson fuggire, drogato marcio, sotto gli sputi di chi gli aveva appena preparato la torta per il record. Ai giochi di Atlanta nel ’96 ho aspettato i maratoneti al traguardo. Ho visto arrivare un povero corpo, un fagotto nero, imbrattato dalla sua crisi intestinale, che continuava a correre, gli occhi pazzi di dolore. Basta, basta, gli facevano cenno i giudici. Ma lui si liberava e riprendeva. Per fermarlo gli si sono buttati addosso in cinque. Ai mondiali di atletica di Siviglia nel ’99 avevo la camera d’albergo di fianco a quella di Maurice Greene, l’uomo più veloce del pianeta. Credo che in quella notte di vigilia Greene abbia corso nella sua stanza tutti i 100 metri del mondo. Radio alta, Tv a tutto volume, sbattere di porte, telefonate, rumore di cartoni animati, di chi faceva capriole e si arrampicava sui muri.
Non so quali infiniti cercassero tutte queste persone. Non so nemmeno se Leopardi sia stato sincero. So che ogni volta allo stadio, prima della partita, della gara, prima che qualcuno si butti o scatti o entri in campo, proprio l’attimo prima che tutto cominci, è come se fosse la prima volta.
A Roma nell’87 ho incontrato alle tre di notte Carl Lewis, camminava a piedi per Parioli continuando a scuotere la testa e a dire “non è possibile”. Era appena stato sconfitto sui 100 metri da Ben Johnson. A Seul nell’88 ho visto lo stesso Johnson fuggire, drogato marcio, sotto gli sputi di chi gli aveva appena preparato la torta per il record. Ai giochi di Atlanta nel ’96 ho aspettato i maratoneti al traguardo. Ho visto arrivare un povero corpo, un fagotto nero, imbrattato dalla sua crisi intestinale, che continuava a correre, gli occhi pazzi di dolore. Basta, basta, gli facevano cenno i giudici. Ma lui si liberava e riprendeva. Per fermarlo gli si sono buttati addosso in cinque. Ai mondiali di atletica di Siviglia nel ’99 avevo la camera d’albergo di fianco a quella di Maurice Greene, l’uomo più veloce del pianeta. Credo che in quella notte di vigilia Greene abbia corso nella sua stanza tutti i 100 metri del mondo. Radio alta, Tv a tutto volume, sbattere di porte, telefonate, rumore di cartoni animati, di chi faceva capriole e si arrampicava sui muri.
Non so quali infiniti cercassero tutte queste persone. Non so nemmeno se Leopardi sia stato sincero. So che ogni volta allo stadio, prima della partita, della gara, prima che qualcuno si butti o scatti o entri in campo, proprio l’attimo prima che tutto cominci, è come se fosse la prima volta.
Benvenuti!
Ciao a tutti, in questo blog ho deciso di condividere la mia esperienza sportiva che va avanti da quindici anni: in primo piano, tra tutti gli sport, e forse anche tra tutte le mie altre attività quotidiane, ho sempre messo la pallacanestro, ma non ho mai disdegnato la pratica di altri sport come possono essere la corsa, la bicicletta, l'escursionismo, la pallamano...
Non starò a parlarvi di cronache o risultati sportivi, bensì di ciò che più c'è di profondo in ogni tipo di attività sportiva: L'Incontro, l'Incontro con Se stessi e l'Incontro con l'Altro, aspetti che, dopo tanti anni di pallacanestro, ritengo ancora le miglior ragioni esistenti per non smettere mai di giocare!
Per questo motivo d'ora in poi vi farò conoscere Volti, Persone o Esperienze che dello sport ne fanno o sono davvero una Scuola di Vita!
Non starò a parlarvi di cronache o risultati sportivi, bensì di ciò che più c'è di profondo in ogni tipo di attività sportiva: L'Incontro, l'Incontro con Se stessi e l'Incontro con l'Altro, aspetti che, dopo tanti anni di pallacanestro, ritengo ancora le miglior ragioni esistenti per non smettere mai di giocare!
Per questo motivo d'ora in poi vi farò conoscere Volti, Persone o Esperienze che dello sport ne fanno o sono davvero una Scuola di Vita!
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